Aldo Grasso commenta il ritorno di Lost su Fox (ogni lunedì due puntate della quarta stagione fino al finale in tre puntate del 7 luglio) sul Corriere.
«Lost» ha ormai creato una more sophisticated specie di appassionati, che apprezza non tanto l’elemento avventuroso, quanto quello filosofico: l’isola è una entità suprema, una sorte di Grande Magnete, che genera nello stesso tempo attrazione e ripugnanza, dalla quale si tenta di fuggire ma verso la quale è impossibile non ritornare. Viviamo in un’epoca in cui ogni luogo, anche attraverso la sola conoscenza virtuale, non ci è ignoto eppure l’aspirazione allo strano, al meraviglioso, al remoto è ancora così forte che ci inventiamo un luogo necessariamente pieno di angosce per sfuggire l’assuefazione e la svogliatezza: l’isola di «Lost». Dove il confine tra buoni e cattivi è sempre più labile, dove il tema dell’eroe e del traditore si materializza in ogni inquadratura, dove — spettatori su un vascello darwiniano — scopriamo non l’evoluzione della specie ma della suspense. Riusciranno i nostri eroi Jack e Hugo a sottrarsi alla caduta nel tempo?
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